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"Dal racconto del territorio alla ricerca della felicità: ecco il mio Cielo sopra il Pigneto"

Intervista all'autore del libro, Cristiano Ranalletta

La copertina del libro

Non è un libro di urbanistica e nemmeno un’inchiesta territoriale. Ma un romanzo dove la vita e le relazioni sentimentali del protagonista sono strettamente legate alle strade e alle piazze del territorio e, ancor più a fondo, al sentire di un’intera comunità, seppur difficile da inquadrare. ‘Il cielo sopra il Pigneto’ è nelle librerie da poche settimane. Romatoday ha intervistato l’autore, Cristiano Ranalletta, ingegnere, scrittore e docente romano. 

Un lavoro composito, che unisce le vicissidutini personali e amorose del protagonista ai sentimenti di un intero territorio. Ci può presentare il suo lavoro?

‘Il cielo sopra il Pigneto’ è un libro che intreccia diversi filoni e riflessioni. A partire dal punto di vista dell’autore. Sono nato a Tor Pignattara ma dopo la laurea, per lavoro, ho maturato diverse esperienze internazionali. Per questo il mio sguardo sul quartiere gode di una prospettiva diversa rispetto a quanti vi restano immersi per tutta la vita. Mi ci sono trasferito nuovamente negli ultimi anni, lo sto vivendo molto e in modo viscerale e, infatti, uno degli elementi del libro risiede proprio nell’indagine della realtà di questo territorio, nell’individuare il punto di incontro tra narrazioni calate dall’alto e la realtà quotidiana. Il romanzo, comunque, analizza anche una serie di condizioni umane più di carattere generale. Come il tema dell’infelicità, che è sempre più delegittimata.

Cosa intende dire?

Diamo sempre una risposta individuale all’infelicità. Si cerca sempre troppo poco di comprendere l’ecosistema e le condizioni sociali, politiche e lavorative che ne stanno alla base. Così, la salvezza individuale viene sempre legata alla retorica del pensiero positivo oppure allo psicofarmaco. Attraverso l’indagine sul territorio ho invece cercato di capire come si possa arrivare ad una salvezza collettiva. Nel romanzo, il Pigneto e Tor Pignattara sono attraversati da tre storie d’amore attraverso le quali descrivo il passaggio dall’utopia alla distopia nelle relazioni. Una serie di riflessioni sul tema dell’abbandono, della felicità e delle aspettative che che si creano all’interno dei rapporti. Perdere una persona perché ti lascia o per la sua morte genera diverse reazioni neuro-scientifiche. 

Nel libro, la storia sentimentale di Federico, il protagonista, si sviluppa insieme alla riscoperta dei quartieri. Nella prefazione, Claudio Gnessi scrive che il “dedalo di ragionamenti e battiti cardiaci […] si sovrappongono al reticolo di strade e piazze”. Possiamo dire che il territorio è il secondo protagonista del romanzo?

Certamente, il libro è anche una mappatura geografica delle emozioni del protagonista. Al di là del primo capitolo, dove i dettagli relativi al luogo sono oggettivi, tutte le descrizioni che seguono sono calate nell’emotività del protagonista. C’è una fusione tra la sua vita privata e quella del territorio. Le sue strade e le sue piazze, a questo punto, da sfondo della storia diventano protagonisti. Non in senso geografico e fisico ma come comunità. Emblematico il viaggio di Federico sul bus 409 dove vede una schiera di personaggi che ricordano molto la copertina di Amarcod. Quando ero ragazzino il senso di comunità era più forte. Oggi il territorio è cambiato, la varietà di etnie presenti ha modificato questo aspetto. Chi si trasferisce stabilmente crea legami con il tessuto cittadino ma c’è anche una consistente presenza temporanea che mette in discussione questo legame. Contestualemente, smonto però anche il mito del Bengodi: un tempo c’era anche la criminalità organizzata e la droga scorreva a fiumi. 

In un passaggio il protagonista afferma di voler verificare se le “narrazioni calate dall’alto” corrispondano alla vita quotidiana. A quali narrazioni si riferisce?

Alle narrazioni che vedono l’immigrazione come sinonimo di criminalità. Una retorica che non regge di fronte ai numeri dei dati che abbiamo davanti. Allo stesso tempo, però, smonto anche l’assunto contrario del ‘Più siamo e meglio stiamo’, perché anche questa impostazione è figlia di un’ideologia, anche se non è calata dall’alto. Al contrario, Tor Pignattara è un laboratorio antropologico dove è possibile sperimentare il futuro delle nuove metropoli. 

Come autore, a quale luogo del libro sei più affezionato?

Alla parte di Tor Pignattara, dove sono nato. Nel tempo ho però sviluppato una serie di legami affettivi con il Pigneto più ‘pasoliniano’. Al di là della gentrificazione e del tessuto commerciale, se dovessi prevedere degli sviluppi da un punto di vista artistico e di presenza di movimenti in città li vedrei al Pigneto, a Tor Pignattara in genere, ma più in generale nelle periferie della capitale. È un territorio interessante, che può esprimere qualcosa di nuovo. Ho vissuto molto tempo a Testaccio e faccio fatica a capire come possa nascere qualcosa in un quartiere completamente gentrificato e consolidato dove tutto appare come un dejavù. 

Ne fai riferimento anche nel libro, sono sicura che se lo chiederanno anche i lettori. Per lei il Pigneto esiste o è un’invenzione? 

Dal punto di vista strettamente urbanistico, anche se io non sono un esperto, posso dire che non esiste. Recentemente, seppur con confini labili e incerti, il nucleo del Pigneto è in qualche modo riconosciuto ed è stato integrato nel territorio di Tor Pignattara. In ogni caso, anche se non esiste da un punto di vista fisico, esiste sicuramente da un punto di vista emotivo. 

Il cielo sopra il Pigneto, ed. Scatole Parlanti; 13 euro; pag. 130. 

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