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Ciro Principessa, il ricordo di Certosa e Tor Pignattara a 40 anni dalla morte

Il ritratto del 23enne assassinato da un fascista nel racconto degli ex compagni

Festa per Ciro Principessa (Foto dalla pagina Facebook del Comitato di Tor Pignattara)

Il rotolo di manifesti freschi di stampa, senza un elastico né più alcuna mano a trattenerlo, tocca la superficie del tavolo e si apre. Sono circa le 19 di giovedì 18 aprile e da Chourmo, locale nel cuore di Certosa, nonché punto di riferimento per molti residenti della zona, compare il volto di Ciro Principessa. Aveva 23 anni quando è stato accoltellato da un giovane neofascista, Claudio Minetti, nella sezione del Partito comunista di via di Tor Pignattara. È morto qualche ora dopo all’ospedale San Giovanni. Era il 19 aprile del 1979. Sono passati 40 anni e i quartieri di Certosa e di Tor Pignattara, sabato 20 aprile, sono pronti a ricordarlo.

Prima la deposizione della corona davanti alla lapide a largo dei Savorgnan, ribattezzata piazza Ciro Principessa dal murales con il suo volto che campeggia sullo slargo, tra le case. Poi, dalle 18, con un concerto in via Galeazzo Alessi, proprio di fronte a Chourmo, in quel ‘giardino liberato’ che il comitato di zona ha sottratto all’abbandono e che oggi viene autogestito per le iniziative del quartiere. Infine, l’11 e il 12 maggio, la Festa per Ciro, “durante la quale presenteremo anche il volume di recente pubblicazione ‘Morire per un libro’ (Giulio Marcon, ed. Eretica), dedicato proprio alla sua storia”.

Ad organizzare l’evento anche molti dei suoi ex compagni di partito. La riunione per fare il punto della situazione è da Churmo. “Il 19 aprile di 40 anni fa stavamo organizzando le iniziative per la Festa della liberazione, in ricordo dei partigiani del quartiere Guerrino Sbardella e Pietro Principato”, racconta Giuseppe che, nel 1979, era segretario della Fgci del quartiere. “Al tempo c’erano ancora i vecchi partigiani che ci trasmettevano le storie e i valori della resistenza. Eravamo seduti con alcuni di loro nella sala della sezione per parlare delle commemorazioni. Ciro era fuori dalla porta e stava parlando con un altro compagno. A un certo punto è entrata questa persona che non conoscevamo. Avevamo una biblioteca per il quartiere ed era aperta a tutti. Lui cercava un libro. Poteva prenderlo, gli abbiamo detto, ma doveva lasciare un recapito per la riconsegna. Così, prima ha desistito ed è uscito, poi è rientrato, ha preso un libro a caso ed è scappato. Abbiamo cercato di fermarlo. Lo ha fatto anche Ciro ma si è preso due coltellate veloci nel fianco. Minetti è fuggito e si è andato a nascondere nel bar di una strada laterale dove poco dopo è stato raggiunto dalla polizia”.

Il racconto di quei momenti è concitato anche 40 anni più tardi. Il giorno dopo, il 20 aprile del 1979, un ordigno scoppia in piazza del Campidoglio abbattendo il portone di Palazzo Senatorio. L’attentato, in seguito, è stato ricondotto ad una formazione neofascista. Erano gli ultimi mesi di mandato del sindaco comunista Carlo Giulio Argan. “Il 23 aprile, giorno prima del funerale di Ciro, da Tor Pignattara è partito un corteo che è arrivato in Campidoglio. Il coro che urlavamo di più era: ‘Ciro è vivo e lotta insieme a noi. Le nostre idee non moriranno mai’”. Il 24 aprile, migliaia di persone accompagnano il feretro di Ciro Principessa nel cimitero del Verano. “Tutto il quartiere si era riversato a San Lorenzo per salutarlo”, ricorda un altro ex compagno di Ciro, Paolo. “Quel giorno c’era anche il segretario del Pci, Enrico Berlinguer, e quello della Fgci, Massimo D’Alema. Per rispetto del lutto, però, non abbiamo cantato. Abbiamo deciso di fischiare il canto partigiano ‘Fischia il vento’. Ci sentivamo stremati. Erano anni di tensione, certo, ma non eravamo pronti all’omicidio di un compagno”.

In un quartiere popolare come Tor Pignattara le persone iscritte al Pci erano tante. “Ma i fascisti erano presenti. C’era una sede del Movimento sociale e anche una del Fronte della gioventù, che, però, siamo riusciti a far chiudere”. Anche Claudio Minetti, riportano le cronache del tempo, gravitava attorno alla sezione dell’Msi di Acca Larenzia. Era il figlio dell’allora compagna di Stefano Delle Chiaie. Minetti verrà poi dichiarato incapace di intendere e di volere e verrà condannato a dieci anni di ricovero in un manicomio giudiziario. “Ma l’aggressione a Ciro”, aggiunge Raffaele, che al tempo era sindacalista, “non era di certo un fatto isolato”.

Tor Pignattara, Certosa, Marranella, erano quartieri proletari. “Ci vivevano molti ex baraccati. La maggior parte delle persone lavorava come muratore o come operaio. La sezione di Tor Pignattara era una delle più attive e frequentate della città. In via di Porta Furba avevamo occupato uno stabile abbandonato perché volevano farci un market. Oggi quel posto è un centro anziani. Inoltre, frequentare la sezione, era un modo per stare tutti insieme. Non è il momento di fare i vecchietti nostalgici ma al tempo era tutto basato sui rapporti interpersonali”.

Raffaele ricorda: “Fu proprio Ciro a organizzare i treni per andare a Genova al funerale di Guido Rossa (sindacalista assassinato nel gennaio del '79 dalle Brigate Rosse, ndr). Era gennaio, pioveva e io me lo ricordo tutto bagnato sotto la pioggia mentre aspettavamo di entrare nella piazza stracolma di gente. Io non ero iscritto al partito, facevo il sindacalista, e ci conoscevamo di vista. Ma quella mattina alle 5, a Ostiense, prima di salire sul treno, mi ha visto ed era contento che fossi lì anche io”. 

“I sogni di Ciro” ricorda ancora Paolo “erano i sogni di tutti noi. La gente nei quartieri popolari, se andava bene, aveva la terza media. Era strano conseguire un diploma”. L’università, sembra dire, era irraggiungibile. “La gente iniziava a vedersi da di fuori e a capire che per emanciparsi serviva cultura. ‘La testa vuota la riempi come ti pare’, diceva mio nonno. Ricordo che la madre di un carcerato, una volta, mi ha chiesto un libro da mandare al figlio. La gente, in questi quartieri, viveva anche di espedienti. Lui, forse, aveva la quinta elementare e io ho pensato che fosse adatto un romanzo, così gli ho mandato ‘I tre moschettieri’. Mi ha chiesto se l’avevo preso per deficiente. Voleva un testo più politico. Credo di avergli mandato ‘L’Isola’ di Giorgio Amendola”.

Anche Ciro Principessa ha passato qualche mese in carcere. “Niente di grave, un piccolo furto. In borgata, in quel periodo, o ti legavi alle amicizie o era facile farsi attirare dalla malavita”, aggiunge Raffaele. “L’attività politica e culturale per il quartiere era una possibilità di riscatto sociale. Ciro aveva trovato un lavoro, stava iniziando quel nuovo progetto di vita. Ecco è stato ucciso in quel momento lì, nel momento del riscatto”.

A distanza di quarant’anni il suo ricordo, tra le vie di Certosa e Tor Pignattara, sembra ancora una necessità. “Noi siamo ancora qui, anche se a volte sembra di doversi muovere come cellule dormienti aspettando tempi migliori. Autogestiamo il parco dove organizziamo molte iniziative per tutta la comunità, abbiamo rifatto le strisce pedonali e ci stiamo battendo per rendere alcune di queste strade una ‘zona 30’, controlliamo che venga effettuata la manutenzione degli alberi. Cerchiamo di fare cose utili per i cittadini e unire anime diverse del quartiere. Tranne i fascisti. Quelli mai”. 

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